ANTONIO RICCIARDI, Storia dei Santuari più celebri, t. III, NAPOLI, 1847, pp. 102-108. [102]LXXVIII SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLA CATENA a Palermo

[102]LXXVIII

SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLA CATENA

a Palermo

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La varietà, che studiamo di mettere in queste istorie, ci porta a scegliere un fatto, che parerà strano, ma che non è meno vero; e farà conoscere che il favor di Maria si esten-

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de a tutte le condizioni, fino anche ai malfattori che invocano la clemenza del cielo per isfuggire alla giustizia del mondo. Nell’anno 1390, regnando Martino in Sicilia, tre uomini furono condannati alla morte; e già dai ministri della giustizia si conduceano alle forche, le quali solevano alzarsi nella gran piazza della marina di Palermo. Se non che, o fosse la loro innocenza, che non di rado a que’ tempi per la inesattezza dei processi veniva confusa colle apparenze della iniquità; o fosse un qualche loro merito noto ai celesti più che ai mortali; o fosse alfine un disegno particolare e imperscrutabile della Provvidenza, il fatto è che la mano dell’Altissimo si stese propizia sui tre condannati; e per intercessione di Maria Santissima si trovarono sciolti dalle catene e liberati ad un tratto dal preparato supplizio. Scortati dalle guardie, accompagnati da molto popolo i tre miserabili uscirono dalla città, e con lento passo e tremante, con cuor sbigottito, quasi più morti che vivi, si avvicinavano al luogo della tremenda esecuzione. Ed ecco nel cielo prima sereno sorge improvvisa una procella, soffia il vento, balenano i lampi, rumoreggiano i tuoni, e già cade uno scroscio così impetuoso di larga pioggia, che tutta la folla si diede per ogni parte alla fuga cercando un ricovero dalla burrasca: ed i ministri coi tre condannati entrarono in una chiesetta, che trovarono la più vicina su quella strada, chiamata allora s. Maria del porto; e sgombratene ogni altra gente vi si rinchiusero colle tre vittime incatenate, aspettando che terminasse la procellosa bufera. Ma quella invece continuò imperversando su quella spiaggia con folgori ed acque dirotte per tutto il restante del giorno, e per una parte ancor della notte; sicchè i ministri per non ricondurre sotto la procella in città la ferale processione di morte, consultato il capitano di giustizia, dovettero contentarsi di rimanere in quell’oratorio, prendendo nel mezzo ben custoditi i tre condannati. Chiuse pertan-

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to le porte, assicurati già bene i ceppi, e raddoppiate le catene ai prigionieri, si adagiarono come poterono meglio a qualche riposo gli armati guardiani; e volendo o non volendo, per disposizione del cielo caddero tutti i un profondo sopore. Ma non dormivano già i tre miseri, sui quali, più che della notte, si aggravava l’ombra della morte. Un pallido lume diradava quelle tenebre quanto bastava a lasciar scorgere sopra l’altare della chiesetta una dolce Immagine di Maria. Ora l’uno ora l’altro dei tre compagni portava lo sguardo languente a quella amabile effigie, che pur pareva li riguardasse dal canto suo con occhio di compassione. Cogli sguardi si risvegliarono gli affetti, e cominciava già una segreta inspirazione di raccomandarsi a quella madre di misericordia. Ciascuno di loro balbettava in sè stesso palpitando qualche divota giaculatoria, tirava qualche sospiro, e nessuno ancor penetrava l’interno pensiero dell’altro. Ma le occhiate affettuose ormai s’incontravano, i gemiti, le tronche voci d’invocazione già si facevano intendere; e tosto guardandosi l’un l’altro si prostrano tutti d’accordo a pregare insieme con grande fervore la pietosissima vergine, le cui pupille pareano rivolte più che mai belle e brillanti sugli infelici. La supplicavano che si degnasse di prenderli sotto la sua protezione; e se da prima non osavano pregarla che per la salvezza eterna, presto sentirono chi sa quale interiore mozione a dimandare qualche cosa anche per la temporale; e ardirono implorare tutti e tre unanimi con fervorosa orazione, che si volesse degnare di sciogliere i loro ceppi e liberarli in qualche modo dall’imminente supplizio. Queste catene, dicevano, caderan rotte ai nostri piedi, questo apparato di morte sparirà subito dai nostri occhi, se voi lo volete, o Madre benigna. Le nostre colpe pur troppo sono d’impedimento a tanta grazia, ma tutte le colpe dileguano a vista della carità immensa che riempie il vostro cuore, o Madre dolcis-

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sima. Abbiate pietà di noi: passeremo il restante dei nostri giorni nella penitenza, implorate il nostro perdono dalla divina misericordia, e di tre peccatori farete tre figli o tre servi consacrati per sempre alla loro avvocata e liberatrice. Fate vedere che non ci siamo ricoverati invano dinanzi al vostro altare, e che la procella che ci ha qui rinchiusi fu suscitata per dare luogo alla bonaccia della nostra liberazione. un reo che condotto alla morte s’incontri nella maestà del suo principe, per lo più viene graziato. Dovremo noi dunque partire dalla vostra presenza, Maestà Clementissima, per continuare il viaggio al patibolo? Ah fate sentire che la Maestà dei Celesti non è meno pietosa della sovranità dei terreni. Fate sentire che non siamo entrati invano nella vostra chiesa, né invano abbiamo rivolto lo sguardo e la preghiera nella nostra Immagine. La cappella di Maria Santissima deve essere un asilo di misericordia; noi non dobbiamo uscirne per andare alla morte, ma per cominciare una nuova vita. Questo luogo sarà in tal modo glorificato; e verranno qui i popoli a cantare le grandezze della nostra Liberatrice. Continuavano ancora tra i singhiozzi le loro preghiere; e già compariva sopra l’Immagine uno splendore di paradiso. Una voce ne usciva, che concedeva la supplicata liberazione: Andatene, disse Maria da quella sua effigie, né più temete, perchè il Figlio divino, che ho tra le braccia, ha già consentito alla mia intercessione, e vi ha sciolti dalle vostre ritorte. In quel medesimo istante cadevano a tutti le catene dalle mani e dai piedi, e si trovarono liberi. La porta istessa si vide aperta, ed essi n’andarono lieti e tranquilli, lasciando sepolte ancora nel sonno tutte le guardie. Pieni di fede in quelle parole: nè più temete, non si curarono tampoco di fuggire, ma si trattennero come se fossero assoluti, e lo erano infatti, da ogni delitto; e passeggiarono sicuri per la città raccontando a tutti la meraviglia che Maria Santissi-

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ma aveva operata a loro salvezza. Dopo quello di s. Pietro Apostolo[1] abbiamo non pochi di simili prodigi negli Atti autentici dei Martiri dei primi secoli. Si veda nel primo tomo di queste istorie ancora quello di s. Girolamo Emiliano nel Santuario di Treviso. Svegliatesi alfin le guardie, viste per terra le catene, e aperta la porta della chiesa, stupirono assai, né sapevano che pensare, non sospettando mai di un prodigio tanto ammirabile. Tra i dubbi e i pensieri di ogni maniera si trovarono in gran turbamento per la paura di andare soggetti alla pena di un sonno così intempestivo, che li rendeva colpevoli della evasione dei condannati. Agitati per tanto e confusi o vergognati quegli uomini entrarono nella città, e s’incontrarono presto nei tre liberati, che stavano senza timori. Li circondarono e li legarono un’altra volta ben strettamente, felicitandosi di averli ripresi. Ma tosto che seppero dai medesimi la narrazione più che verosimile dell’avvenuta liberazione, di cui si parlava già con stupore per quella piazza, rimasero stupefatti, e riconducendo i condannati al capitano di giustizia, esposto il fatto meraviglioso, si persuasero tutti che per verità non doveva essere succeduto diversamente. La porta di quell’oratorio ben chiusa al di dentro non poteva aprirsi, le catene non potevano sciogliersi senza un aiuto che non vi era entrato, o almeno senza un rumore che certamente dovea risvegliare le guardie aggruppate intorno ai prigionieri. La sicurezza medesima dei tre leberati, che si fermarono tranquilli nella città, dimostrava che il fatto era l’opera di una mano onnipotente, alla quale non poteva resistere forza umana. Non ci siam dati alla fuga, dicevano, perchè la Vergine ci ha detto di non più temere. Noi non temiamo di fatti che gli uomini possano opporsi ai voleri dei Celesti. Il capitano allora sospese l’esecuzione del-

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la sentenza, e riferì al Re. Intanto divulgatasi in Palermo la meraviglia, vi fu un movimento e una commozione universale. Molti del popolo corsero alla detta chiesa, e la Vergine confermò il primo con nuovi prodigi operati sopra gli infermi che si condussero subito avanti l’Immagine miracolosa, e che ne tornarono sani e salvi alle loro case. Il Re medesimo colla Regina eccitati da un tanto prodigio, e dalle nuove grazie che si ottenevano, liberarono prontamente i condannati, e discesero a riverire la sacra Immagine. Si ornò ben tosto alla meglio la favorita chiesetta, si apprestarono i dovuti apparati all’altare e all’Immagine della Vergine, dove si affollarono per molti mesi le genti, riportandone sempre qualche nuovo favore. Si destinarono sacerdoti al suo culto, si stabilirono opportuni regolamenti; e la voce spontanea del popolo mutò il nome di s. Maria del Porto in quello di s. Maria della Catena. Dopo qualche tempo nel luogo della piccola e antica chiesa fu edificato colle limosine il nuovo e magnifico tempio, di bella architettura, sostenuto da molte colonne di porfido. La divozione di quel Santuario, e la fama delle grazie che vi dispensava la sovrana Benefattrice, si dilatò in modo per la Sicilia, che non poche altre città e terre vollero avere sotto lo stesso titolo, e nella forma istessa, un tempio di s. Maria della Catena. Quasi alludendo alla gran pioggia, che diede occasione di sospendere il supplizio, e di procurare la liberazione dei condannati, si ricorre più specialmente a quella Madonna per implorare le pioggie ristoratrici delle siccità, che dominano spesso nel cielo ardente della Sicilia. Vi si rivolgono a questo fine le processioni, vi si mandano i voti, vi si celebrano particolari festività. La maggiore per altro, e la più solenne, anniversaria del miracolo delle catene, si fa con grande concorso il 18 Agosto di ogni anno. Il fatto meraviglioso che abbiamo narrato sulla fede di buone storie, sta registrato in

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una memoria più facile o più leggibile agli occhi del popolo, cioè sta dipinto sulla parete della medesima chiesa di s. Maria della Catena; e sotto l’antica pittura è scritto il seguente epigramma, che lo rammenta alla divozione dei posteri già da più secoli:

Cum male tres fuerint Martini tempore Regis

Producti ad furcas, grandine et imbre pluit.

Misit in hanc Mariae portus tunc Virginis aedem

Damnatos vindex; labitur inde dies.

Nocte rogant Mariae numen: cecidere catenae,

Atque soporatis omnibus inde meant.

Liberat hos veri Rex conscius, unde catenae

Virginis hoc templum non sine laude notant[2]

 

  1. “…la sua taumaturga fama ebbe principio col miracolo del sudore nella reluizione del mero e misto impero nel 1612. In seguito a tale avvenimento, difatti, venne Essa, elevata a padrona di Castiglione, mentre [203] fino allora la città era stata sotto il Patrocinio dell’Immacolata.” SARDO, p. 203)

1[1]Actor. XII, 7.

[2] Queste pitture e iscrizioni pubbliche sono di quei documenti, cui fa riverenza la stessa critica più severa; e non ne fu mai delusa.

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